Mi chiamo Nevralgia.
Non ho un volto, non ho un corpo, ma quando arrivo mi fai spazio tra i tuoi pensieri, le tue parole, i tuoi silenzi. Non mi vedi, ma mi senti. Eccome se mi senti.
Non sono un’influenza stagionale, non sparisco con un’aspirina, e non sempre mi trovi nei referti. Eppure, riesco a cambiarti la giornata. A volte la vita.
Mi muovo come una scintilla che brucia senza fiamma. Alcuni mi conoscono come Nevralgia del Trigemino: una delle forme più insidiose che esistano. Altri mi incontrano in altri angoli del corpo – costole, schiena, collo – e mi chiamano con altri nomi. Ma io sono sempre io: un dolore che colpisce i nervi e li fa urlare.
Non arrivo sempre nello stesso modo. A volte ti colpisco quando meno te lo aspetti: un colpo d’aria, una risata, un sorso d’acqua troppo freddo. Altre volte ti accompagno per giorni, settimane, mesi, con la costanza di un’ombra che non ti lascia.
So che mi odi. Ma non ti chiedo di volermi bene. Solo di ascoltarmi.
Perché dietro ogni scossa, ogni fitta, ogni silenzio rotto dal dolore, c’è qualcosa che voglio dirti.
Ti ricordi quel giorno?
Tu sì. Anche se fai finta di no.
Era un pomeriggio normale, uno come tanti. Forse eri stanco. Forse avevi solo bisogno di un momento di pace. Invece, sono arrivato io.
All’inizio non mi hai riconosciuto. Una scossa improvvisa lungo la guancia destra. Breve, ma talmente intensa da fermarti il respiro. Avresti potuto pensare a un dente, a una fitta muscolare. Ma io no, non mi accontento di un passaggio. Io torno. Sempre.
La seconda volta è bastato un soffio d’aria, una carezza del vento contro il viso. Hai sentito come se un ago incandescente ti stesse attraversando da dentro, dal profondo. E poi ancora. Quando parlavi, quando masticavi, quando ti lavavi il viso. Ogni gesto normale diventava un rischio. Un pretesto per farmi tornare.
Da lì in poi, io sono diventato un pensiero fisso.
Hai iniziato a temermi prima ancora che arrivassi. Bastava un indizio, un’ombra, e ti preparavi al peggio. Hai visto medici, dentisti, neurologi. Alcuni pensavano fossi stress, altri ti davano antibiotici, altri ancora scrollavano le spalle. Ma io ero lì, reale, anche se invisibile.
Ti sei sentito solo. Incompreso.
E io, nel frattempo, guadagnavo spazio.
Non ho una forma sola.
A volte arrivo come una stilettata secca, rapida, che ti fa sussultare. Altre volte resto lì, sotto pelle, a pulsare piano, come una sveglia che non puoi spegnere. Non ho orari, non rispetto i tuoi impegni, e di certo non mi interessa se hai bisogno di dormire, parlare o semplicemente vivere.
Sono imprevedibile.
Oggi potrei lasciarti in pace, domani potrei farti tremare per un gesto minuscolo: lavarti i denti, pettinarti, sorridere. Ti ho fatto temere perfino una risata, vero?
Ma non sono solo. Ho una famiglia vasta, rumorosa, e un po’ invadente.
Hai conosciuto me, la nevralgia del trigemino – quella che si diverte a giocare coi nervi del volto, a volte su un solo lato, a volte bilaterale. Sono tra i più feroci, lo ammetto.
Poi c’è mia cugina, la nevralgia occipitale. Lei si annida alla base del cranio, fa sentire i suoi artigli lungo il collo e dietro gli occhi. Sa essere sottile, ma persistente.
E poi c’è il vecchio zio, la nevralgia post-erpetica: arriva dopo il fuoco di Sant’Antonio e non se ne va più. Si aggrappa alla pelle e la fa bruciare anche quando non c’è nulla da toccare.
Ho anche una sorella più discreta: la nevralgia intercostale. Lei si muove tra il torace e il fianco, e a volte inganna, perché sembra un problema al cuore o ai polmoni. Ma no, è solo un’altra variante della mia voce.
Ci somigliamo tutti. Ma abbiamo modi diversi di farci sentire.
Siamo come il vento: invisibili, ma capaci di abbatterti. E tu lo sai bene.
Non siamo qui per distruggerti, anche se può sembrare così.
A volte, siamo solo segnali. Allarmi che qualcosa dentro si è spezzato, infiammato, compresso. Non ci piace essere ignorati. Perché quando succede, diventiamo più forti. Più insistenti.
Sai cosa mi manda fuori di testa? Il freddo.
Quel venticello apparentemente innocuo che ti sfiora la guancia in inverno o anche in primavera. Tu magari ti senti solo un po’ infastidito, ma per me è come un invito a scatenarmi. È una porta aperta, e io ci entro senza bussare.
Mi dà fastidio quando bevi cose troppo fredde, o troppo calde. Quando mastichi una caramella dura. Quando ti lavi il viso con l’acqua che non è a “temperatura neutra”. Quando stringi i denti dallo stress e mi risvegli con quella tensione inutile che accumuli ogni giorno.
Tu pensi che siano solo piccole cose. Ma io le noto tutte.
E non parliamo del rumore. Sì, anche quello. Non lo capisci, ma i suoni forti, le voci, i colpi improvvisi… possono farmi scattare come una molla.
Oppure lo stress. Oh, lo stress è il mio carburante preferito. Più sei teso, più io prospero. Non mi servono grandi eventi, mi bastano le preoccupazioni quotidiane: le cose non dette, le ore di sonno saltate, i “devo farcela” sussurrati a denti stretti.
E sai cosa mi fa proprio arrabbiare? Quando provi a ignorarmi.
Quando fingi che io non ci sia e vai avanti lo stesso, magari senza curarti. Come se io fossi solo un fastidio passeggero. E allora io ti punisco. Ti faccio crollare in piena giornata, quando meno te l’aspetti. Un attacco improvviso, uno di quelli che ti lasciano senza fiato e senza parole.
Ma non sono invincibile.
Se solo imparassi a capirmi, a gestirmi. A trattarmi non come un nemico, ma come un segnale. Perché anche se sono dolore, non sono follia. Anche se urlo, non sono inguaribile.
A volte basterebbe poco per tenermi a bada:
Un foulard sul viso nei giorni di vento.
Cibi tiepidi. Pause quando il corpo te le chiede.
Magari anche una camomilla, una tisana calda la sera, un respiro più lungo prima di scattare.
Io non scompaio. Ma posso calmarmi. Se tu impari ad ascoltarmi.
Ci hai provato, lo so.
A far finta che io non ci fossi.
A sorridere mentre io ti laceravo da dentro, a partecipare alle conversazioni anche se ogni parola sembrava una scossa elettrica. A dire “sto bene” quando in realtà volevi solo nasconderti sotto le coperte e far sparire il mondo.
Hai imparato a convivere con me nel silenzio, perché parlarne sembrava inutile.
“È solo un mal di testa.”
“Sei stressato.”
“È psicologico.”
L’hai sentito mille volte. E ogni volta è stato come se qualcuno ti mettesse in dubbio, come se il tuo dolore non fosse reale solo perché non si vedeva.
Io lo so com’è.
Perché, paradossalmente, neanche io sono visibile. Ma ti assicuro: esisto. Forte, tagliente, presente. E ci sono giorni in cui sono io a decidere quando puoi vivere e quando no.
E così hai iniziato a isolarti.
Hai evitato gli inviti, le chiacchiere, le risate. Perché anche il suono di una voce allegra, in certi momenti, ti faceva male. Non al cuore. Al volto. Ai nervi. Al centro esatto di te.
Eppure, in quel silenzio, tu hai continuato a cercare risposte.
Perché nonostante tutto, una parte di te non ha mai smesso di sperare. Di credere che io potessi almeno essere compreso, gestito, calmato.
E quando hai trovato qualcuno – un medico, un amico, o perfino uno sconosciuto online – che ti ha detto “ti capisco”… qualcosa dentro si è sbloccato.
Forse io. Forse tu. Forse entrambi.
Perché, vedi, io sono un dolore. Ma non sei tu.
Tu sei molto di più. Sei la voce che ha scelto di parlare anche quando tremava.
Sei la persona che oggi racconta questa storia, nonostante tutto.
Conviverci, non subirla
Ora parlo io.
Non la nevralgia, non il dolore. Io.
Perché dopo tutto quello che ho vissuto – le visite, i dubbi, le giornate spezzate, le notti inquiete – ho imparato a riconoscere la mia voce, anche sotto quella del dolore.
Non è stato facile, e non lo è nemmeno adesso.
Ci sono ancora giorni in cui tutto si ferma. Gesti semplici che diventano ostacoli, parole che restano in gola, sorrisi trattenuti. Ma non mi sento più sola. E soprattutto, non mi sento più in colpa.
Ho smesso di chiedere scusa per qualcosa che non ho scelto.
Ho smesso di dubitare di me solo perché qualcuno non riusciva a capire.
E ho iniziato a costruire, un passo alla volta, un modo per convivere con questo dolore senza lasciare che mi definisse.
Ho imparato a conoscere i miei limiti. Ma anche le mie risorse.
Ad ascoltarmi. A difendermi quando serve. A riposare senza sentirmi debole.
A spiegare agli altri cosa vivo, anche se non lo vedono.
Non sono guarita.
Ma ho smesso di sentirmi invisibile.
E a chi legge, a chi sta vivendo qualcosa di simile, voglio dire questo:
non sei solo. Il tuo dolore è reale, anche se non ha un colore, una forma, un nome preciso.
Meriti ascolto. Meriti comprensione. Meriti cura.
E se oggi stai lottando in silenzio, sappi che ogni parola che riesci a dire – o anche solo a pensare – è già una forma di resistenza.
Parlare del dolore è un atto di coraggio.
E ascoltarlo… può essere il primo passo per ritrovare un po’ di pace.

Ciao Pink
Grazie per le parole che hai scritto:
Sono già esse stesse una cura
Complimenti per il coraggio, tutto, di non dover subire quella che sappiamo è una battaglia persa
Noi si vive così, sopravvivendo, giorno per giorno senza mai sperare che domani sia migliore ma aprendo il pacco della giornata e prendere quello che c’è dentro
Sei fantastica
Ti auguro di trovare una soluzione come ce la auguriamo tutti ma tu sei tanti passi avanti
Un grande abbraccio 💗
Grazie cara Nadia,
non credo però di essere più fantastica di te, sono sicura che anche tu, come me, speri e preghi che domani il dolore non ci sia o almeno sia meno forte. Parlare del dolore secondo me (quando non è così doloroso che non ci fa neanche parlare.. sigh!) ci rafforza, ci spinge ad andare avanti perchè non può finire così. Un grande abbraccio a te