È inverno.
Fa freddo, a volte c’è vento, l’aria punge sul viso. E c’è una cosa che faccio fatica persino a scrivere, come se metterla nero su bianco potesse attirare il contrario: il dolore che mi ha lasciato l’estate scorsa non è tornato.
Lo scrivo con cautela.
Lo penso sottovoce.
Dirlo ad alta voce mi mette a disagio, come se stessi sfidando qualcosa.
Non del tutto, almeno.
Ci sono piccole fitte, rapide, leggere. Segnali. Niente di paragonabile a quello che è stato. Eppure non posso dire di vivere serenamente. Perché con la nevralgia del trigemino impari una cosa molto presto: l’assenza di dolore non coincide con la tranquillità.
Vivere in allerta
Mangiare non è mai solo mangiare.
Lavarsi i denti non è un gesto automatico.
Uscire di casa quando c’è freddo o vento non è una banalità.
Ogni azione quotidiana porta con sé un pensiero che non serve nemmeno formulare del tutto:
e se si riattiva?
Non è panico. È una sorveglianza costante. Un controllo silenzioso che resta anche nei giorni buoni. Il corpo non dimentica, e nemmeno la mente. Ricordano entrambi cosa può succedere.
Quando il dolore se ne va, ma resta la memoria
Chi non ha mai avuto una nevralgia del trigemino tende a pensare che il problema finisca quando il dolore passa.
In realtà si entra in una fase diversa, meno evidente.
Una fase fatta di attenzione continua, di piccoli adattamenti, di diffidenza verso ciò che prima era automatico. Ogni fitta, anche minima, viene registrata. Non per fissazione, ma perché la memoria del dolore è precisa, e non concede leggerezza.
Il freddo, il vento, l’inverno
L’inverno non è mai stato neutro per me.
Il freddo sul viso, il vento improvviso, l’aria che colpisce certe zone: tutto può diventare un potenziale innesco.
Eppure quest’anno, contro ogni previsione, il dolore grande non è tornato. Lo riconosco come una tregua, non come una vittoria. E anche per questo faccio fatica a parlarne, come se nominarla potesse romperla.
Vivere, con cautela
Vivere con la nevralgia del trigemino non è solo attraversare le crisi.
È imparare a stare anche nei periodi di sospensione, quando va meglio ma non abbastanza da abbassare la guardia.
A volte la paura anticipa il dolore.
A volte mi accorgo di trattenere il respiro davanti a gesti semplici.
Eppure continuo. Con cautela, sì. Ma continuo.
Non è serenità. È equilibrio precario.
Ed è, per ora, il modo in cui vivo.
Qual’è il modo in cui stai vivendo tu? Mandami un pensiero se ti va.
