Ricordo perfettamente quel giorno. Non perché fosse speciale, ma perché da lì è cambiato tutto.
Ero seduta a tavola, mi ero preparata con cura una bella frisa con un bel po’ di pomodori, senza sale ma con un filo d’olio extra vergine. Intenta a iniziare la cena, avevo bagnato pochissimo la frisa perché adoravo quando rimaneva croccante e riuscivo a sentirla tra i denti.
Ho dato il mio primo morso quando una fitta improvvisa mi ha attraversato il viso. Una scossa. Secca, acuta, inspiegabile. Come se qualcuno avesse azionato un interruttore nascosto nel nervo sbagliato.
Mi sono toccata di scatto la guancia e sono corsa in bagno. Ho subito pensato di aver rotto un dente e volevo vedermi allo specchio per controllare la bocca. Le lacrime uscivano dagli occhi, senza che me ne accorgessi, senza che riuscissi a guardarmi allo specchio.
Mio marito, allarmato, mi ha seguita chiedendomi cosa fosse accaduto. Io non riuscivo neanche a parlare. Durò qualche minuto, interminabile.
Quella sera non mangiai e il dolore non tornò più fino a quando non mi lavai i denti prima di andare a dormire…

Nei giorni successivi, gli attacchi si sono ripresentati. Senza un vero perché. Bastava sfiorarmi il viso con un dito, lavarmi i denti, parlare troppo o semplicemente sorridere. Ogni gesto quotidiano era diventato un potenziale innesco.
E con il tempo, la paura del dolore era diventata essa stessa parte del dolore.

All’inizio pensai fosse colpa di un dente, così andai dal dentista per un controllo.
Poi ipotizzai un nervo infiammato. Forse un colpo di freddo. Speravo che passasse. Qualche giorno stavo meglio, poi tornava. E poi ancora. Sempre più forte.
Come una serie di scosse elettriche che partivano dalla mascella e si irradiavano verso il dente. Poi verso l’occhio. Il dolore durava pochi secondi, ma era talmente intenso da lasciarmi senza fiato.

Le prime visite: un viaggio nel buio

Mi rivolsi al dentista, convinta che fosse colpa di un dente malato. La panoramica era pulita. Niente carie, niente infezioni. “Tutto a posto”, mi dicevano. Ma io sapevo che non era così.
Poi andai dalla dottoressa di base. “Forse è stress”. Forse. Ma anche riposando, il dolore tornava.
Successivamente mi rivolsi a un neurologo, che mi prescrisse un ciclo di cortisone. Ma il dolore rimaneva, le scosse continuavano.
Fino a quando un giorno il dolore, com’era arrivato, sparì.

Solo dopo diversi mesi, quando il dolore tornò ancora una volta — tra visite, dubbi e ricerche su internet che avvaloravano quello di cui mi ero convinta, cioè che si trattasse di una malattia seria e importante — mi rivolsi a una neurologa che confermò ciò che temevo: nevralgia del trigemino.
Finalmente un nome. Un’etichetta a quel mostro invisibile che mi stava consumando.
Eppure, non fu un sollievo. Perché con il nome arrivò anche la consapevolezza: non si trattava di qualcosa che sarebbe semplicemente “passato”.

Capire è stato il primo passo

La diagnosi è stata solo l’inizio di un nuovo percorso. Un percorso fatto di sperimentazioni, di terapie, di giornate buone e giornate da dimenticare.
Ma almeno sapevo con chi avevo a che fare.

Se c’è una cosa che ho imparato, è che ascoltare il proprio corpo è fondamentale. Nessuno può sapere meglio di noi quando qualcosa non va.
Insistere, chiedere, cercare risposte è un atto di cura verso sé stessi.

Oggi, convivere con la nevralgia del trigemino è parte della mia quotidianità.
Ma non sono più in balia del dolore cieco e senza nome. So che non sono sola, e so che la condivisione può fare la differenza.
Anche per chi, come me allora, sta cercando di capire che cosa sta succedendo.


Ti riconosci in questa esperienza?

Hai vissuto anche tu un dolore inspiegabile, un percorso lungo verso una diagnosi, o stai ancora cercando risposte?
Scrivimi nei commenti o in privato. Ogni storia conta, e sapere di non essere soli può fare una grande differenza.

Insieme possiamo dare voce a una realtà che troppo spesso resta silenziosa.
Io ho capito di avere la nevralgia del trigemino confrontando i miei sintomi con quelli riportati in rete, grazie alle testimonianze di altre persone come me.
Non è giusto che molti medici ancora non conoscano a fondo questa malattia e non riescano a riconoscerla o a consigliarci il percorso giusto.
Ma se ci uniamo e condividiamo le nostre esperienze, possiamo cambiare le cose.

Di Pink

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *